Da qui

Per molti io sono l’amico smanettone.
Quello da chiamare per risolvere i problemi informatici.

Un tempo la cosa mi pesava un po’, ma oggi la sfrutto per rivedere facce che altrimenti si sarebbero perse tra la routine quotidiana.

Ieri mi chiama un amico dei tempi dell’università, a cui non partiva più uno dei suoi PC (evidentemente non proprio nuovo).

Gli chiedo cosa aveva fatto (tanto è sempre colpa dell’amico, non puoi sbagliare) e dopo una estenuante insistenza mi fa:

“…ho cancellato la directory DOS. Non lo uso mai… non può essere stato quello…”

Ovviamente lo scopo era liberare spazio, per cui i files dal cestino ci sono solo transitati per qualche millisecondo.

Al che, rassegnato, gli prometto di fare un salto da lui, prevedendo ore di lavoro per risolvere la situazione.

Ma alcune riflessioni mi passano per la mente, che butto lì in maniera disordinata, anche perché allarmi del genere, secondo me, oggi, non dovrebbero più essercene.

Qualcuno ha ancora installato un sistema operativo che contempla la cartella DOS, ma non è questo il punto.
E’ che poi si pretende di navigare su Internet, scaricare dalle reti peer (senza sapere cosa siano e cosa comportino), giocare, lavorare, pagarci le bollette, ascoltare la musica, archiviare i ricordi, e così via. Tutto a tutti i costi. Senza la minima preparazione (e precauzione).

Oggi le necessità sono chiare a tutti, anche alla generazione precedente, nata analogica, che infatti il computer e la connessione in rete, alla fine, se l’è fatta. Sono evedentemente ancora meno chiari gli strumenti a disposizione.

Sono sempre stato convinto che il mondo dell’informatica dia una comoda opportunità: se ti affacci in questo settore con curiosità, in pochi mesi riesci a raggiungere una buona preparazione, alla faccia del persorso storico che ha portato l’informatica (almeno quella casalinga) fino a lì. Insomma, non importa conoscere quello che succedeva un anno fa: è così obsoleto che non conta.
E’ di per sé una bella fortuna, da sfruttare tutti.

(Purtroppo molti pensano che il percorso storico dell’IT non conti nemmeno nel mondo professionale: e troppe volte ho incontrato persone che si presentano da esperte ma non hanno il background necessario per esserlo realmente. Nel mondo professionale conoscere l’informatica di dieci anni fa significa a volte sopravvivere in un mondo di improvvisati. Ma questo è un altro discorso.)

C’è in tutto questo un motivo comune, anzi due: se è normale studiare, che so, il manuale di istruzioni della lavatrice o del microonde, non è normale studiare il manuale del proprio computer o del suo Sistema Operativo.

C’è l’usanza consolidata di smanettare, che molti erroneamente pensano debba essere guidata dall’improvvisazione. Non c’è la volontà di approfondire, e di dedicare tempo almeno alla pratica. E se lo fai diventi un nerd.

Se è inaccettabile bruciare l’arrosto o sforacchiare la camicia con il ferro da stiro, è per molti fatalmente accettabile il poter perdere mesi di lavoro o le foto del primo compleanno del figlio archiviate sul PC.
E se non si concepiscono i rischi di un uso sbagliato (o superficiale) dell’informatica, come concepire completamente i benefici che può portare?

Così mi compro l’ultimo notebook sul mercato, ci metto i miei documenti riservati, o le foto più personali, e prego che ci rimangano lì, a mia disposizione, indipendentemente dalla mia inettitudine.

Ho visitato interi uffici (pubblici) che usano il foglio di calcolo di Excel come un qualunque foglio a quadretti (nel senso letterale del termine). Ho incontrato persone che si lamentano che Word gli fa perdere tempo, che era meglio la macchina da scrivere elettronica lasciata lì in un angolo perché non si trovano più i nastri ad inchiostro. Passo alcune delle mie serate casalinghe nel cambiare il wallpaper del desktop dei miei vicini che sono collegati al wifi senza protezione (ho preparato un fondo con una scritta che invita a mettere la password nel router). Questo nel 2010.

C’è una questione di fondo: tutt’oggi, l’informatica non sempre soddisfa le promesse fatte: quindi a volte la necessità di smanettare è dovuta alla necessità di trovare soluzioni a problemi non previsti, oppure non adeguatamente affrontati.
E lo smanettamento esiste anche perché nell’informatica, a fronte di un modo giusto di fare le cose, ce ne sono altri cento sbagliati ma che danno lo stesso risultato finale. E quindi tutto ciò rende lecito lo smanettamento, che diventa addirittura una forma privilegiata di approcciare l’informatica.

Addirittura, in un colloquio di lavoro, un candidato si vantava di essere un autodidatta, che gli autodidatti hanno maggior passione e predisposizione. Pensa te. A casa tua puoi fare come ti pare. Al lavoro devi essere preparato e professionale.

Così è ormai normale accettare che la mia stampante smetta di funzionare se installo un aggiornamento del SO, oppure che il word processor, per poter correttamente impaginare il mio articolo, ha bisogno di click e passaggi assolutamente scorrelati da ogni sequenza logica. O che evidenti bachi possano essere risolti tra mesi o forse anni, senza che la software house sia urgentemente chiamata in causa.

E’ come se io andassi dal concessionario per comprare un auto che, per abbassare i finestrini, mi chiede di premere contemporaneamente la frizione ed il freno, che per essere messa in moto si deve svitare lo specchietto retrovisore, che non mi permette di fare il pieno o che gli si sgonfiano le ruote in automatico ogni mille chilometri.

Io una macchina così non la comprerei mai.
Ma un sistema informatico pieno di assurdità, sì, quello lo comprerei e ne accetterei le limitazioni che (normalmente) si scoprono con l’uso.
E questo ha portato linfa agli smanettoni, ha aumentato il gap tra persone esperte e persone incompetenti, ed ha fatto la fortuna di molte software house.

Ed io, che lavoro nel settore IT Professional, questa cosa ho pure imparato a sfruttarla a mio beneficio.

La cosa che però mi lascia perplesso, è che di persone che si affidano sempre più ciecamente all’informatica, dandole un’aura di infallibile fiducia, ce ne sono sempre troppe. E spesso sono dove meno te le aspetti.

    A parte tutti questi discorsi di principio, ci sono alcuni concetti pratici che mi rendo conto, in tutti questi anni di help-desk forzato, non sono riuscito a far comprendere ai miei amici poco digitali.
    Sono tutti concetti che da noi “geek” sono stati assimilati lentamente, e che ci sembrano del tutto naturali, e per questo siamo impossibilitati a spiegarli con efficacia.
    In sostanza, i punti seguenti rappresentano i motivi di mia maggiore frustrazione quando mi tocca correre in soccorso di qualcuno.


    • Quando si usa il singolo click e quando il doppio click. Per non parlare del pulsante destro: io a molti miei amici imposto l’opzione “single click to open an item”. Altrimenti si ritrovano con 10 istanze di Explorer e 10 istanze di Word. E magari non riescono a aprire il player.
    • La struttura gerarchica delle cartelle: molti non possono concepirla, perché le loro cartelle di carta, quelle, non possono essere gerarchiche. Se poi aggiungete il fatto che la visualizzazione ad albero, che renderebbe più chiaro il concetto, nelle operazioni di “apri” e “salva”, non si vede…. Quindi i files, spesso, vengono letteralmente persi, chissà dove. O peggio vengono salvate decide di copie in decine di destinazioni differenti.
    • La rimozione e l’installazione di un programma. C’è ancora la tendenza ad eliminare l’icona. E se non basta, visto che oggi il SO in qualche modo ti avverte, allora si va a cercare la cartella con lo stesso nome e si cancella anche quella.
    • Il fatto che molto software venduto in bundle è solo pubblicità che spesso, oltre che inutile, è anche dannosa.
    • Quando utilizzare un software invece che un altro: cosa utilizzare per navigare, oppure per scrivere, oppure per manutenere i propri files. Vedo persone che fanno copia ed incolla da una pagina web in Firefox, ad un’altra pagina web in Firefox, giusto per cercare di integrare due articoli che per loro sfortuna erano separati. Troppi software: non si sa chi fa cosa.
    • Sapere cosa è bene aggiornare e cosa no, e soprattutto quando: l’antivirus certamente si. Magari il software per scrivere non è necessario aggiornarlo ogni giorno. E poi si lamentano delle performances… Non si capisce che alcuni aggiornamenti sono certamente utili, ma disastrosi per il nostro vecchio laptop.
    • Sapere quale software è gratuito (anche solo per uso personale) e quale invece necessita di una licenza.
    • Ricordare che la RAM è volatile, ma che anche i dischi possono perdere i dati. Il tema del backup poi è un incubo.
    • Spiegare il lavoro in rete, soprattutto il lavoro in collaborazione con la condivisione dei files. La rete informatica è un concetto evidentemente poco naturale. La concorrenza delle modifiche di un file poi è per molti inconcepibile.
    • Ma la cosa più bella è quando una volta, almeno per una volta, ho chiesto che mi portassero a casa il desktop per una revisione, che io non avevo proprio possibilità di andarli a trovare. E quelli mi portano il monitor, solo il monitor. Il monitor non è il PC: provate a spiegarglielo voi, la prossima volta.

    Speriamo nei prossimi sistemi operativi.